martedì 17 novembre 2009

Frase del giorno



Quando smetteremo di lamentarci tra di noi,
e ci riuniremo, organizzati,
per volgere le nostre ragioni con una sola voce e una sola forza,
allora qualcosa cambierà.

lunedì 16 novembre 2009

Vabbè



Una voce.
- Dopo magari parliamo... e ti devo dare un paio di cose.
I due si guardano.
- Ok, quando vuoi.

Non si senti più nulla, non si vide niente.
Tant'è che alcuni affermano che quella voce non sia mai esistita.
Oppure come diceva sempre la mamma "se non richiamano, vuol dire che non era importante".



Una voce.
- Psss! ....Psss!
Si volta.
- Chiedi a quel signore se domani sorge la luna?
Le due si guardano.
- Perché non glielo chiedi tu? Mica ti mangia...
- Non è per quello, lo so che non mi mangia. E' per un altro motivo.
Scrolla le spalle. Si volta.
- Scusi signore, sa percaso se domani sorgerà la luna?
Si guardano.
- Si, dovrebbe sorgere.


Vabbé...

martedì 10 novembre 2009

Redwall (riprendendoci Berlino)



Se solo quel muro fosse caduto dall'altra parte...

Tutto è racchiuso nel pensiero di Alex, che verso la fine del film, capisce per la prima volta cosa lo ha guidato in tutta la sua opera, nel suo teatro. Il film è Good Bye Lenin, e se volete, verrà proiettato a Grugliasco, mercoledì 18 novembre alle 20.30.

Quel pensiero è anche il mio.

Un po' di pensieri sconessi, che si legano per un senso di evocazione, di sensazione personale, più che per un proprio significato.

Un po' come il titolo stesso del post... trae origine dal libro "Redwall" di Brian Jacques. Lo lessi da bambino, un libro fantastico di cui conservo un bellissimo ricordo, ma che certamente con il muro di Berlino non centra nulla. Insomma, quella è un'altra storia.


Al di là del muro - Luca Barbarossa



Riprendersi Berlino



Infine, poiché un mio post se non avesse la nota o la sfumatura seria non sarebbe un mio post, eccovi quì due articoli. Il primo è di Fulvio Grimaldi, giornalista ultra censurato; il secondo di Giulietto Chiesa.


MURI - Fulvio Grimaldi

Da giorni ormai ci scassano la minchia, come bene dicono in Sicilia, con le celebrazioni del ventennale della caduta del “Muro di Berlino”. Stamane alla radio, nella trasmissione sportiva, ho sentito pure i subumani della cronaca calcistica (fatta eccezione per il grande Oliviero Beha) delirare sulla caduta del muro e sulle magnifiche sorti e progressive che quella demolizione avrebbe realizzato a est del muro. Il muro fu abbattuto da una folla di ubriachi di illusioni, ingenuità e astuti inganni. Lungi da chiunque l’idea che questa valutazione significhi l’identificazione con quei detriti del “socialismo reale” che furono i Brezhnev, i Cernienko e, peggio, i Gorbaciov. Semmai comporta un meritato rispetto e riconoscimento per la DDR che, nel mondo di quel “socialismo” della nefasta coesistenza e spartizione di genti con il capitalismo imperialista, faceva un po’ parte a sé. A Togliatti o Berlinguer, questi prelati dell’inquisizione e del compatibilità controrivoluzionaria, i dirigenti della DDR stavano come canguri a conigli. A Lenin e Gramsci avrebbero fatto meno ribrezzo di quei padri del bipartisan a perdere. Lo sanno bene gli abitanti della Germania Est che confrontano oggi la loro situazione sociale derelitta, appena superiore a quella degli altri socialismi esteuropei sbaraccati e desertificati dalle voraci mafie messe su dalle “democrazie” occidentali, con la pensione a cinquant’anni, la scuola e la sanità gratuite, la piena occupazione, la casa, casetta se volete, garantita e, last but not least, il Berliner Ensemble, Bertold Brecht o Christa Wolff. Guardatevi “Goodbye Lenin“.

Feci con mio figlio Oliviero un viaggio nella DDR e verso il muro che stava pencolando. Cosa che tutti vi tacciono, compresi i subumani degli spurghi calcistici, è il fatto che dalla Germania Est già da anni si poteva transitare verso ovest, a visitare parenti, amici, ricordi. E viceversa. E’ vero che lungo le autostrade da Dresda – polverizzata piena di umanità e vuota di soldati da quel bel campione della democrazia e dei diritti umani che era Churchill, una specie di orco cannibale – a Berlino ogni qualche chilometro ci toccava nettare il parabrezza dalla fuliggine di un apparato industriale che ogni vantaggio assicurava al paese fuorchè la tutela dell’ambiente e dei polmoni. D’altra parte continuavamo a incrociare la divertente “Trabant” che era di fibra sintetica (geniale), sparava fetori dalla marmitta, ma durava l’intera vita del possessore. Qui o la cambi ogni due anni, l’auto, o ti sputano appresso. Questione di accumulazione o di qua o di là. A Berlino Ovest, nel Kurfuerstendamm, andammo a cercare il numero 173 dove aveva vissuto mio nonno, fatto fuori dalla fame nel 1943. C’era stata la ricostruzione democristiana: una forca caudina di negozi di lusso, grandi magazzini, chincaglierie per gonzi. La volgarità fatta Berlino. Ci rifugiammo tra gli eterni tigli di Unter den Linden, a est, dopo la Porta di Brandenburgo, e venimmo vezzeggiati da un quartiere neoclassico tenuto come un roseto a Kew Gardens. Non solo, in vicoli, che lì si chiamano Gassen, in piazzette e recessi attorno al Potsdamer Platz, oggi stuprati in nome della Volkswagen e di altre multinazionali e banche dai macigni terroristici dell’architetto regimista Renzo Piano, venimmo accolti da caldi localini all’antica, dove si chiacchierava, poetava, spettacolava, beveva in letizia e armonia. E poi anche tutto il resto era come quando ero ragazzo, non aveva subito lo sderenamento da frenesia innovativa, perlopiù indotta da scaltri imbonitori della speculazione. Belli ed eterni i sanpietrini di tutte le strade su cui sobbalzavamo

senza dover temere ulteriori rapine dalle nostre tasche di contribuenti per riasfaltare, mettiamo, la Salerno-Reggio Calabria. Sentimentalismo? Chissà.

Quel muro fu eretto nel 1961 da Kruschev e dai dirigenti della DDR per porre un freno all’infiltrazione continua e massiccia di spie, provocatori, destabilizzatori, disinformatori, da parte dei servizi occidentali, principalmente Usa e di Bonn. Serviva anche a non permettere che cittadini dell’Est andassero a far soldi arruolandosi in quell’armata di prezzolati della reazione controrivoluzionaria e a impedire che, abbagliati dalle sirene del consumismo, dei farlocchi andassero a farsi gabbare dal tritacarne capitalista. Brutto muro, a volte delittuosamente insanguinato, comunque meno dei genocidi economici e militari che l’imperialismo andava perpetrando nel Sud del mondo, in fuga dal colonialismo. Muro da porsi almeno all’80 per cento sul groppone dei revanscisti occidentali. Muro infinitamente meno brutto dei democratici muri di oggi, tutti eretti dallo schieramento della “democrazia” e dei “diritti umani”. Vedi le foto. E un fiore di bellezza rispetto ai muri che i licantropi occidentali e i loro ascarucci (tipo sindaco di Padova) vanno costruendo intorno a popoli da incarcerare ed estinguere. Ma anche di muri, ai quali fanno mettere la calce a noi stessi, attorno alle nostre menti e al nostro cuore a forza di terrorismo della paura, della menzogna, delle guerre, degli attentati, del razzismo, dell’individualismo, del libero mercato. Potessimo avere un muro da fargli crollare addosso e seppellirli per sempre!




UN VENTENNALE ORWELLIANO - Giulietto Chiesa


La cosa che dovrebbe, più d’ogni altra, attirare l’attenzione degli organizzatori delle mille e una manifestazioni celebrative per la caduta del muro di Berlino è il fatto che venti anni fa le aspettative, le ipotesi sul futuro che sarebbe venuto, il cambio della storia che ci si accingeva a sperimentare, erano completamente sbagliate.


Nulla di ciò che fu allora scritto, esaltato, immaginato, supposto, elucubrato, sperato o temuto, si è realizzato.


Ecco un modo interessante, forse l’unico veramente interessante, di commemorare la caduta del muro.


Purtroppo non lo fa nessuno. I “celebratori”, che sono in genere i modesti portaborse di epigoni di coloro che si considerano i vincitori della guerra fredda ripetono il mantra senza molto pensare. Una delle cose più esilaranti, notate in questi mesi preparatori della ricorrenza vittoriosa, è la riapparizione sulle scene di Lech Walesa e di Solidarnosc: entrambi invitati dal colto e dall’inclita a raccontarci come furono loro, in primo luogo loro, a provocare la caduta del muro.


A sentire quelle rievocazioni provo un moto quasi istintivo di ilarità, come quando ascolto qualcuno che, ancora oggi, come non si fosse accorto di dove siamo, cita ancora il Francis Fukuyama che (bisogna dire con notevole tempismo e senso degli affari, anche se non proprio con lungimiranza e profondità di visione) sentenziò il sopraggiungere della “fine della storia”.


Per i più giovani si tratta già di un’anticaglia, in questo caso meritatamente invero. Ma per chi giovanissimo non è, fu un momento davvero emozionante scoprire che, oltreoceano, avevano riscoperto il grande filosofo Hegel e l’avevano inquadrato suo malgrado nella celebrazione hollywoodiana dell’inveramento finale dello Spirito, sub specie Stati Uniti d’America.


A parte gli scherzi, tuttavia, varrebbe la pena il chiedersi come mai si sia presi tutti una serie di gigantesche cantonate. Si sa che l’uomo è fallibile e che leggere nel futuro è sempre stato difficile. Ma in questo caso è stata l’ideologia (nel preciso senso marxiano di “falsa coscienza”) che ha giocato a tutti un cattivissimo scherzo, obnubilando ogni velleità profetica.


Pensavano di avere vinto e celebrarono la loro vittoria – e fu invero la loro vittoria - senza chiedersi quanto sarebbe durata. Il “quanto” non li preoccupava, avendola immediatamente considerata come “finale”, eterna appunto, come Fukuyama si era affrettato a battezzarla Non potevano immaginare che, appena dieci anni dopo – e dieci anni sono davvero un sospiro – avrebbero dovuto celebrare un mare di guai.


Dunque, per dirla brutalmente, la celebrazione viene fatta nel segno della “fine del comunismo”. Solo che avviene nel momento in cui la società dei vincitori (che non possiamo chiamare società del capitalismo perché nel frattempo lo stesso capitalismo è diventato così irriconoscibile che, guardandosi allo specchio, come Dorian Gray, non crederebbe ai suoi propri occhi) è in mezzo alla più grave crisi della propria storia.



Crisi multipla, crisi di limiti, crisi senza via d’uscita visibile, vicolo cieco. Ma anche assenza di idee, istupidimento delle classi dirigenti, agonia dei valori, a cominciare da quelli della democrazia liberale, per finire nel mondo attuale in cui le élites diventano sempre più simili a bande criminali, e quando non lo sono esse stesse, ai criminali si associano e li coprono coprendosi.


Insomma: hanno perduto il controllo. E, di fronte a loro torreggiano smisurati interrogativi e nessuna certezza. Era questo che si pensava nel 1989? Nulla di tutto questo era immaginabile.


Eppure mi ricordo che Mikhail Gorbaciov, quando avviò la sua perestrojka, disse una frase che mi rimase impressa: «perestrojka per l’URSS, ma anche per il mondo intero».


Come è accaduto in altri momenti storici di trapasso, vi sono menti che sanno intravvedere, anche se non dominare, ciò che sta per accadere. Era chiaro che la fine dell’URSS apriva problemi immensi, sconvolgeva tutto il panorama mondiale, sollevava onde gigantesche che si sarebbero infrante, come una serie di tsunami (la parola l’abbiamo inventata dopo) su coste anche molto lontane.


Qualcosa di molto simile lo aveva detto, anni prima, un altro grande del XX secolo, Enrico Berlinguer, con alcuni avvertimenti che rimasero inascoltati perché, prima di tutto, non furono capiti: l’austerità, la questione morale, la inevitabile diversità da conservare per chi si ponga l’obiettivo di cambiare le cose.


Succede che menti pulite, eticamente pulite, possano produrre grandi idee. Di solito vengono sconfitte, ma questo non significa mai che vadano perdute.


Dunque venti anni dopo la caduta del muro abbiamo da celebrare solo la stupidità dell’Occidente vincitore, e la sua incultura, oltre che il suo egoismo. Ma questo occidente in piena e irreversibile crisi (perché o non ne uscirà, o, se ne uscirà, non sarà più l’Occidente che conosciamo) sta cercando di applicare le regole orwelliane: chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato. A questo servono le celebrazioni di questo ventennale, solo che loro non controllano più nemmeno il presente.


Per questo credo che toccherà alla prossima generazione fare il grande sforzo, se ne sarà capace, di riscrivere la storia che i vincitori hanno scarabocchiato.



domenica 8 novembre 2009

I forestali si perdono perché sanno sognare


Queste parole non sono mie, né sono io il destinatario.

Ma certo come non posso evitare di dire, a mia volta, "quanto mi ritrovo in queste tue parole".

Ma non solo. Sono parole belle, che fanno apprezzare sotto nuove spoglie, chi certi pensieri si ostina a volerli tenere solo per sé.

In fondo, destini simili.





Allora ti riprendi la tua vita, a qualunque costo.
Svolte.
Ed ogni volta sempre meno persone...


Quanto mi ritrovo in queste tue parole...
Magari chi è come te è troppo lontano, o così vicino che non riesci ad accorgertene...
Magari non ti accorgi di lei perché adesso hai altro a cui pensare, devi prima imparare a viverle tu del tutto.. se non sei capace tu, non puoi ancora condividerle... magari è solo questione di tempo... perché giornate intere passate ad osservare fanno di te un certo tipo di persona e non tutti ti comprendono... a me semplicemente mi assecondano, come se fossi pazza!
I forestali si perdono perché sanno sognare, sanno che cos'è quel sorriso che nasce quando raggiungi una vetta, anche se fino a 1 secondo prima stavi tirando giù tutte le madonne, si emozionano quando incrociano lo sguardo di un camoscio, quando scorgono una coppia di rapaci sopra la propria testa, quando si addormentano distrutti sull'erba bagnata... non tutti possono comprenderlo, ma io comprendo perché mi perdo, perché ogni volta che penso a queste cose non riesco a togliermelo dalla mente, io voglio fare questo! e non mi importa se ho l'1% di probabilità di trovare un lavoro rispetto a un economista.. è solo passione.. e il fatto che ora non sia condivisa mi fa pensare.. ma c'è il tempo giusto per ogni cosa...

… e poi, l'immaginario fuoco acceso può sempre diventare reale..

venerdì 6 novembre 2009

Frase del giorno



"Sai cosa c'era quì?"

"Un circolo del PCI... ora è della chiesa..."

"Dio fa!"